Heidi, deejay di una famosa radio locale di Salem, meglio conosciuta
come la città delle streghe, riceve in regalo una scatola di legno con
all’interno un vinile, “un regalo dalle streghe”. Credendo in una
trovata originale di un nuovo gruppo musicale, la ragazza ascolta i
suoni che provengono dal disco e presto ne viene condizionata, perdendo
progressivamente il contatto con la realtà. Sta diventando pazza o le
streghe di Salem stanno per tornare? (dal pressbook)
Tra
le rimostranze più deprecabili che sia dato muovere in una recensione
cinematografica vi è senz’altro la protesta indirizzata al doppiaggio,
perciò mi affretto a farla per spazzare via ogni equivoco: il tono
caricaturale e vagamente demente che, giusto a titolo esemplificativo,
affligge il sabba iniziale di The Lords of Salem
semplicemente non sussiste nella versione originale. Certo, le voci di
Margaret Morgan (Meg Foster, una delle tante icone attoriali che
costellano il film) e della sua stregonesca congrega non suonano
propriamente brechtiane, eppure l’enfasi formulaica che le incanaglisce
non sovrasta di un’ottava la tonalità grottesca della messa in scena, ma
si accorda sardonicamente alla sua gradazione sulfurea e profanatoria.
Non si tratta qui di rigettare la pratica del doppiaggio in quanto tale -
abolizione che, peraltro e a chi scrive, apparirebbe come una
liberazione - ma, più circostanziatamente, di rimarcare che per una
pellicola come questa, veleggiante a ridosso dello smash or trash, stravolgere timbro, dizione e intonazione delle voci significa compromettere irreparabilmente l’assetto complessivo del film.
Difficile non qualificare Le streghe di Salem
come l’opera della maturità di Rob Zombie: basta ripercorrere
sommariamente la sua filmografia per constatare un rovesciamento
pressoché totale rispetto al film d’esordio - quell’House of 1000 Corpses
(2003) interamente consacrato all’irruenza audiovisiva e alle tattiche
di stordimento - e una riconfigurazione altrettanto radicale della
nostalgia nichilisticamente peckinpahiana di The Devil’s Rejects (2005) o dell’ossessività psicotica dei due Halloween (2007, 2009). A quest’altezza cronologica, animatamente esteriorizzati gli ultimi fantasmi metacinematografici nello sfrenato The Haunted World of Superbeasto
(2009), Zombie fa beatamente e dannatamente cinema. Ci si potrebbe
sbizzarrire a rincorrere modelli e riferimenti più o meno stringenti e
altisonanti (dalle evidenti assonanze sataniche con Rosemary’s Baby al geometrico esoterismo di Kenneth Anger, passando per le felpate traiettorie visive di Shining
o per il manifesto omaggio a Méliès), ma ciò condurrebbe
inevitabilmente nel vicolo cieco della filiazione e della derivatività,
ignorando il codice genetico del film.
Impaginato
come un diario luciferino e introdotto da un’inquadratura ipnagogica di
Heidi (Sheri Moon) che piazza virtualmente l’intero film in uno stato
di coscienza fluttuante, The Lords of Salem ha gli stessi cromosomi cinematografici di alcune pellicole anni ’70 quali Let’s Scare Jessica to Death (Richard Loncraine, 1971) o Messiah of Evil
(Willard Huyck, 1973), quest’ultimo liberamente parafrasato nella scena
dell’emorragia pittorico-onirica ambientata nel bagno di Heidi. Due
horror di dichiarato impianto espressionista che giocano più sul
graduale accumulo di segnali sinistri e sulla snervante composizione di
un quadro allucinatorio che sull’aggressione improvvisa e
terrorizzante. Ed è all’insegna della medesima strategia destabilizzante
che Le streghe di Salem lavora lo spettatore ai
fianchi, seminando lungo il tragitto sagome incombenti e silenziose
apparizioni, inopinati rigurgiti sabbatici e incongrue manifestazioni
maligne. Si presti attenzione alla breve sequenza in cui i ratti - una
delle due sole paure al mondo di Superbeasto, per inciso - invadono il
corridoio fuoriuscendo dall’appartamento 5, mentre Heidi resta
imbambolata a guardare il movimento meccanico dell’ombrello che ruota
sulla testa del pupazzo a forma di morte: vero e proprio Zombie Touch.
Ma, al di là dei rapporti di consanguineità filmica, The Lords of Salem
trasuda voglia di fare cinema e affidare alla visione un ruolo
preponderante. “I wanted to do something completely different from what
I’ve done before, so the camera movement is very deliberate, very
slow-paced”: in questa dichiarazione del musicista/cineasta americano
risiede la quintessenza della pellicola, a prescindere dalla quantità
erogata di terrore o raccapriccio. Si tratta insomma di un film che si
affida non tanto e non solo alla visionarietà, quanto, più
intrinsecamente, alla visualità. A differenza degli horror combustibili e
maliziosamente autoironici che provengono dalle stesse latitudini - si
pensi a Insidious (James Wan, 2010), peraltro prodotto
dalla stessa Haunted Movies - il settimo lungometraggio cinematografico
di Rob Zombie si rifiuta d’immolarsi sull’altare dello spavento
epidermico o del gore ripugnante, assegnando vigorosamente al lavoro
della camera (carrellate misuratissime, panoramiche magniloquenti,
inquadrature trionfanti) il compito di generare nello spettatore
un’inquietudine persistente non soltanto retinicamente.
Alla
creazione di questa eccedenza cinematografica contribuisce
l’orchestrazione luministica del direttore della fotografia Brandon
Trost (già al fianco di Zombie in Halloween II), che, applicando idealmente il precetto di visual relativity
enunciato da Gordon Willis, concepisce una partitura figurativa
iridescente e dissonante. La prima parte del film (lunedì e martedì),
quasi esclusivamente immersa nell’oscurità e costretta in interni,
esaspera i contrasti tra le zone non illuminate e le incandescenti
sorgenti luminose che spesso proiettano aloni e riflessi sull’obiettivo
della camera, mentre la seconda (mercoledì) si concede tenui aperture
che virano verso morbidezze cromatiche autunnali. Improntata a un
crescendo allucinatorio, la terza parte (giovedì e venerdì) radicalizza
da un lato l’ossessiva cupezza degli spazi chiusi e dall’altra ospita
schegge incubiche ed espansioni grandiose che preparano la deflagrazione
visionaria dell’ultima sezione (sabato), squarciata da luminescenze al
calor bianco, liquefazioni iconoclastiche e fulgori fiammeggianti.
L’epilogo angeriano, di un radiosità gloriosamente accecante, incorona
con lapidaria, imperiosa prepotenza il fasto di una montagna sacra fatta
di carne, seta e Velvet Underground: All Tomorrow’s Parties.
Pubblicata su www.spietati.it


























Quando e come nasce questa ipotesi ludica? Durante una visione notturna di Mon Voyage d’Hiver (2003),
terzo lungometraggio di Vincent Dieutre che racconta il suo viaggio in
Germania in compagnia del figlioccio Itvan. A Dresda, Vincent incontra
Werner, un vecchio amante, e i due si recano in una sala da tè,
raggiunti poco dopo da Itvan. I due si scambiano gesti affettuosi in
seguito a un regalo fatto da Werner a Vincent: Itvan li osserva
divertito, sorridendo, poi si guarda intorno e dalla sua espressione
trapela un’ombra d’imbarazzo. Il suo sguardo circospetto e irrigidito
dura soltanto qualche frazione di secondo, ma è una stilettata gelida
che squarcia l’unità affettiva della scena: l’atmosfera calda e cordiale
della situazione precipita nella ghiaccia condiscendenza, nella
vergogna. Si tratta di uno sguardo scandaloso che lacera
irreparabilmente l’intera sequenza: uno sguardo molesto, accidentale e
traumatico che il cinema incorpora imperturbabile.
1- Finis Terrae
(1929), Jean Epstein. La vicenda dei quattro pescatori d’alghe
sull’isola di Bannec non mi interessa, attiene alla sfera
dell’aneddotico, del narrativo in senso stretto. Quello che mi colpisce è
invece un’inquadratura di pochi secondi che scocca precisamente al
ventiduesimo minuto. Nell’inquadratura precedente, il giovane Ambroise
ha allontanato in malo modo il più maturo compagno di pesca dalla
baracca e quest’ultimo, a braccia conserte, entra nella nostra
inquadratura (un campo medio) dalla sinistra, fermandosi quasi al centro
dello spazio e dando le spalle alla cinepresa. Il suo corpo è l’unico
elemento verticale dell’immagine e occupa circa un terzo dell’altezza
complessiva del quadro. Qualche passo dietro di lui, alla sua sinistra,
un modesto mucchio di alghe lasciate a seccare. Davanti a lui delle
formazioni rocciose arrotondate oltre le quali si scorge un’insenatura
e, più in profondità, la vastità del mare. La baracca invece è
leggermente più in basso, nascosta dalle rocce. Ma, a dominare il
quadrante superiore destro dell’inquadratura, un imponente masso di
forma ellittica, completamente scuro, che ostruisce la visuale.
2- Dupont Lajoie (1975),
Yves Boisset. La sequenza del ventiduesimo minuto ci porta in una
situazione di ordinario squallore: una cena all’aperto in un camping
della Francia meridionale alla quale partecipano tre famiglie di
vacanzieri (i Lajoie, gli Schumacher e i Colin). Brigitte (Isabelle
Huppert), la giovane e attraente figlia dei Colin, raggiunge il gruppo
rientrando da una passeggiata con due coetanei. Saluta cordialmente i
presenti, assaggia cortesemente una delle leccornie alsaziane portate
dagli Schumacher e, dicendosi stanca, si congeda rapidamente dalla
compagnia per andare nella sua tenda, a pochi metri dalla tavolata. Non
appena entrata nella tenda, accende la lampada da campeggio sistemata a
terra dietro di lei e la sua silhouette appare in controluce. Georges
Lajoie, ripreso in mezza figura, rivolge lo sguardo verso la tenda
preparando l’inquadratura successiva: una soggettiva sull’ombra di
Brigitte che si toglie il vestito. Un primo piano sullo sguardo
concentrato di Georges sottolinea il desiderio dell’uomo e ribadisce la
qualificazione erotica dell’inquadratura seguente: un’altra soggettiva
ravvicinata sul corpo nudo di Brigitte che traspare dal tessuto della
tenda.
3- Giochi proibiti (Jeux interdits,
1952), René Clément. Ironia del caso, il titolo del film si adatta
perfettamente alla clandestinità della mia investigazione, al suo
carattere teoricamente illecito e concettualmente impertinente. Tra il
ventiduesimo e il ventitreesimo minuto di questa celeberrima pellicola
succede qualcosa di obliquamente attinente al discorso fin qui
sviluppato, qualcosa che illumina in negativo la dialettica tra logica
della messa in scena e irriducibilità simbolica del caso. Georges
(Jacques Marin), il fratello maggiore del piccolo Michel (Georges
Poujouly), è nel suo letto ma non riesce a dormire a causa delle
contusioni riportate durante un incidente con un cavallo imbizzarrito.
Nel cuore della notte, il sofferente Georges è disturbato da una
farfalla che svolazza intorno a una lampada a olio e proietta la sua
ombra sulle pareti della stanza. La falena urta a più riprese contro
l’ampolla di vetro che protegge la fiamma, producendo un fastidioso
tintinnio e finendo per cadervi dentro. La breve sequenza (circa 30”) è
introdotta da una dissolvenza incrociata ed è composta da otto
inquadrature, di cui soltanto due sono inequivocabilmente qualificate
come soggettive (la prima è una lenta panoramica dal basso verso l’alto a
seguire lo spostamento dell’ombra della falena dalla parete al soffitto
e la seconda è un’inquadratura fissa sulla lampada in cui la farfalla
termina definitivamente il volo).